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La Gioconda a Lagonegro: Il Mistero della Tomba di Monna Lisa (Parte 1)

di Redazione La Voce della Valle
La Gioconda a Lagonegro: Il Mistero della Tomba di Monna Lisa (Parte 1)

Nel cuore dell’antico borgo di Lagonegro, tra le navate e i sotterranei della seicentesca Chiesa di San Nicola di Bari, aleggia da secoli uno dei misteri più affascinanti della storia dell’arte europea: il presunto passaggio e la sepoltura di Lisa Gherardini, nobildonna fiorentina universalmente identificata come la musa e modella della celeberrima Gioconda di Leonardo da Vinci.

Com’è possibile che la protagonista del ritratto più famoso e ammirato al mondo sia legata a doppio filo a una cittadina dell’Appennino lucano, lontana centinaia di chilometri dalle rive dell’Arno?

Il viaggio verso il Mezzogiorno

Per comprendere le origini di questa suggestiva memoria storica occorre riavvolgere il nastro fino ai primi decenni del Cinquecento. Lisa Gherardini, nata a Firenze nel 1479, sposò in giovane età il ricco mercante di sete Francesco del Giocondo. La famiglia Del Giocondo intratteneva ramificati interessi commerciali in tutto il Regno di Napoli, in particolare per l’approvvigionamento di legname, seta e pelli.

Secondo le cronache storiche locali tramandate per via notarile ed ecclesiastica, Francesco del Giocondo intraprese un lungo viaggio d’affari diretto verso la Calabria, conducendo con sé la consorte. L’antica via consolare che collegava Napoli a Reggio Calabria – un tracciato impervio che ricalcava l’originaria Via Popilia romana – imponeva una sosta obbligata nel nodo strategico di Lagonegro.

“La nobildonna fiorentina, consunta da violenta febbre durante il transito montano, trovò pietoso ricovero nelle dimore lagonegresi ove esalò l’estremo respiro.”

La malattia improvvisa e il commiato a Lagonegro

Giunta alle pendici del Monte Sirino nell’inverno tra il 1506 e il 1508, la nobildonna fu colta da improvvise febbri malariche o perniciose, aggravate dai rigori del clima montano e dalle fatiche del viaggio in carrozza. A nulla valsero le cure prodigate dai medici locali: le sue condizioni precipitarono rapidamente fino al decesso.

Di fronte all’impossibilità pratica di rimpatriare la salma a Firenze con le tecnologie e le condizioni igieniche dell’epoca, la famiglia avrebbe ottenuto l’autorizzazione di tumulare il corpo con tutti gli onori nobiliari all’interno del luogo sacro più insigne dell’abitato: la cripta della parrocchia di San Nicola.

Negli archivi parrocchiali e nelle memorie settecentesche, questo episodio ha dato vita a un patrimonio identitario vivissimo, che ha spinto storici e visitatori illustri a indagare per generazioni.


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