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L'Arrivo delle Reliquie di San Biagio a Maratea nel 732 d.C.

di Redazione La Voce della Valle
L'Arrivo delle Reliquie di San Biagio a Maratea nel 732 d.C.

L’identità millenaria della città di Maratea è indissolubilmente legata al nome di San Biagio di Sebaste, medico e vescovo armeno martirizzato sotto l’imperatore romano Licinio nel 316 d.C. Ma come sono giunte le venerate reliquie del Santo martire dall’antica Cappadocia fin sulle coste della Lucania tirrenica?

La risposta è racchiusa in una delle narrazioni agiografiche più affascinanti dell’Alto Medioevo meridionale, sospesa tra fede, rotte navali bizantine e salvataggi miracolosi in mezzo alla tempesta.

La fuga dalle persecuzioni iconoclaste d’Oriente

Nel corso dell’VIII secolo d.C., l’Impero Bizantino fu sconvolto dalla furia della lotta iconoclasta scatenata dall’imperatore Leone III Isaurico, che ordinò la distruzione sistematica delle sacre immagini e delle reliquie dei santi. Per sottrarre i venerati resti del proprio vescovo alla profanazione, un manipolo di monaci basiliani e marinai armeni imbarcò l’urna con il sacro torace e altre reliquie di San Biagio su un veliero, salpando verso Roma per affidarle al Papa Gregorio III.

Nel maggio dell’anno 732 d.C., mentre la nave risaliva il mar Tirreno costeggiando il golfo di Policastro, si scatenò una spaventosa tempesta di vento e mareggiata.

“I marosi impetuosi spingevano la fragile imbarcazione contro i dirupi scoscesi, quando una luce prodigiosa guidò il timone verso le acque calme dell’isolotto di Santo Janni.”

L’approdo all’Isolotto e il prodigio delle acque

Trovato riparo sicuro a ridosso dell’Isolotto di Santo Janni, di fronte alla costa di Maratea, i marinai cercarono più volte di riprendere il largo non appena il tempo fu migliorato. Tuttavia, secondo la concorde tradizione agiografica tramandata dal clero marateota, ogni volta che il veliero tentava di dirigersi a nord verso la foce del Tevere, il mare tornava improvvisamente a infiammarsi di onde titaniche, mentre restava calmo verso terraferma.

I marinai compresero allora che era espresso volere del Santo fermarsi in quella terra accogliente. Decisero di sbarcare il prezioso carico di marmo contenente le reliquie, affidandolo al clero e al popolo di Maratea giunto sulla riva per soccorrerli.

La traslazione sul Castello e la Santa Manna

Con una solenne processione che risalì i sentieri rupestri, l’urna fu traslata sulla vetta imprendibile del Monte San Biagio (all’epoca denominato Monte San Rocco), all’interno dell’antica rocca medievale fortificata del Castello. Lì fu edificato il primo santuario rupestre, divenuto poi l’odierna insigne Basilica Pontificia.

Da allora, dal sepolcro del Santo scaturisce periodicamente un liquido trasparente e purissimo, noto come la Santa Manna, a cui la devozione popolare attribuisce virtù miracolose e di guarigione, soprattutto per i mali della gola. Ogni anno, a maggio, la rievocazione storica dell’arrivo delle reliquie rinnova un patto secolare tra la terra di Maratea e il suo celeste protettore.


Fonti storiche e bibliografia

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